Catalano di origine, giunge nel 1920 a Parigi dove
incontra, in un clima di grande fermento artistico, anche il surrealismo di
André Breton, poeta e critico d’arte francese. Le tele di questi anni, già
definite “poemi”, sono ispirate a un immaginario onirico, infantile, ludico e
simbolico. Mirò dipinge una realtà trasfigurata, fatta di forme essenziali che
fluttuano in fantasmagorici spazi fra sogno e ironia, traendo ispirazione
dall’impulso iconoclasta del dadaismo, da un espressionismo astratto,
concettuale e gestuale, e dal calligrafismo orientale. Il suo è un linguaggio
segnico, cromatico, evocativo: deformazioni fantastiche di elementi naturali e
segni grafici, dal tratto ora lieve ora deciso, galleggiano in composizioni di
forte impatto emotivo, dove l’uso del colore nero è bilanciato da cromie vive e
primarie. Un astrattismo lirico, per una pittura che si fa poesia e ambisce ad
essere una pittura di visione, per afferrare il senso più profondo, il motore e
l’anima della realtà. Nelle sue opere è come se gli input della memoria e le
suggestioni o intuizioni dell’inconscio fossero codificati in segni e forme
stilizzate, talora gioiose talora inquietanti, riproducendo così il dinamismo
della realtà interiore. Poco prima della guerra civile spagnola, nel 1935, Mirò
realizza dipinti affollati di figure mostruose e grottesche; poi si stabilisce
tra Barcellona e Palma di Maiorca (che dal 1956 sarà il suo rifugio finale,
oggi sede della Fundació Pilar i Joan Miró) e crea la serie di guazzi, le
Costellazioni. Dagli anni ’40 lavora molto anche la ceramica e dal ’47 si
dedica a straordinarie decorazioni e sculture monumentali. Sperimentando
moltissime tecniche - dipinti, incisioni e litografie, opere in ceramica e
sculture in terracotta, disegni e libri illustrati - Mirò scriveva: “mi sforzo
di ottenere ogni volta il massimo della chiarezza, della forza e
dell’aggressività plastica, insomma di provocare innanzitutto una sensazione
fisica per poi arrivare all’anima”. Una ricerca senza sosta (muore nel 1983),
per rappresentare tutte le forme del reale, per emozionare e così comprendere
quanto della realtà e di noi sempre ci sfugge.