Chi, col senno della vigilia, vedeva nel concorso [di Cannes] di quest’ anno, un ritorno al “cinéma de papa”, fitto di nomi celebri ma povero di sorprese, può ricredersi. Come altri suoi colleghi della vecchia guardia (fra tutti Resnais, che si vedrà domani), Ken Loach sa rinnovarsi e cambiare, pur restando fedele a se stesso. In Looking for Eric, il suo undicesimo film a Cannes, celebra il matrimonio inedito tra la commedia proletaria e il repertorio di Frank Capra, formando una coppia irresitibile: Eric Cantona, star indimenticata del Manchester United, e Eric il postino, cinquantenne depresso in ambasce sentimentali e alle prese con un criminale che gli plagia il figlioccio. Non sapendo a che santo votarsi, il secondo si rivolge al poster del suo omonimo, san Cantona. Ed ecco che il calciatore francese gli si materializza davanti, per fargli da coach nel ritorno alla felicità. Divertente dall’ inizio alla fine, con una virata drammatica verso la metà per evitare l’ inflazione di ottimismo, il film è una miniera d’ inventiva declinata in forma semplice e diretta, come sa fare chi ama il suo pubblico. Comicissimi i pomposi aforismi di Cantona, inventati dallo sceneggiatore Paul Laverty nello stile di quelli pronunciati dal campione (che si diverte a prendersi in giro) durante la sua carriera. Impagabile il gruppo degli amici del postino, che fanno squadra con lui per proteggerlo dal teppista, interpretati da un gruppo di “secondi ruoli” uno più simpatico dell’ altro. E originale l’ approccio col tifo calcistico di Loach, da sempre innamorato del pallone. A giudicare dagli ultimi film inglesi, supporter sembrava il sinonimo di hooligan. Invece Ken ci mostra il lato “di sinistra” della tifoseria: quello di chi non vuole dare i soldi ai canali di Murdoch ma vive il calcio come un’ esperienza di amicizia e solidarietà.
R. Nepoti, La Repubblica, 19 maggio 2009
Ken Loach: «Un giorno mi hanno detto che Eric Cantona voleva incontrarmi… È stato circa due o tre anni fa. Senza di lui non ci sarebbe nessun film. Un produttore francese molto simpatico, Pascal Caucheteux, ha parlato con Rebecca [O’Brien, produttrice] e ci ha proposto un incontro con Cantona. Ovviamente noi conoscevamo bene il personaggio pubblico, il calciatore straordinario. E loro sapevano che io e Paul [Laverty, sceneggiatore] eravamo tifosi di calcio. Così ci siamo incontrati. Eric aveva alcune idee molto interessanti, in particolare la storia del suo rapporto con un tifoso. Paul ed io non siamo riusciti a tirarne fuori qualcosa che funzionasse in termini di personaggi e sviluppo della storia, ma ci era sembrato un tema interessante da esplorare: non solo la parte spettacolare del calcio e il ruolo che il calcio ha nella vita delle persone, ma anche gli aspetti legati alla celebrità, al modo in cui stampa e televisione costruiscono personaggi che agli occhi della gente assumono qualità soprannaturali..
P. Laverty (sceneggiatore): «Dopo due film molto duri e impegnati come In questo mondo libero e Il vento che accarezza l’erba, Ken, Rebecca [produttrice] ed io avevamo deciso che il prossimo progetto sarebbe stato più “leggero”. Ne andava della nostra salute mentale.
Da qualche tempo con Ken pensavamo a una storia che parlasse di nonni. Sapevo che il soggetto non era di quelli che entusiasmano i finanziatori, ma da quando sono nati i miei figli ho cominciato a interrogarmi sull’importanza e la complessità del ruolo che hanno i nonni nelle nostre vite. In un certo senso, sono il fulcro di tutto, ma – tranne poche eccezioni – non si vedono sul grande schermo, o appaiono grossolanamente stereotipati».
Dal Pressbook
Scheda (de)genere
a cura di Andrea Lavagnini, Francesca Mazzini e Giuseppe Zito S.I.
invia le tue integrazioni a sf3@sanfedele.net
Introduzione
Vedi le dichiarazioni degli autori sopra riportate.
Il titolo originale del film è Looking for Eric, Cercando Eric. Qual è l’Eric che cerca e qual è l’Eric trovato?
Elementi di senso
Il film si apre con la citazione di Cantona: “Tutto comincia con un bel passaggio” e si chiude con la sua conferenza stampa dopo la sua espulsione per 9 mesi, quando, ubriaco, racconta la storiella dei gabbiani che seguono il peschereccio, riferita ai giornalisti.
Molto forte l’elemento psicologico. È la prima cosa che Eric chiede a Cantona: se è mai stato da uno strizzacervelli. Eric, come dicono i suoi amici/colleghi, è un ingranaggio inceppato, un disco rotto che continua a girare sempre intorno alla stessa rotonda, un postino che ha perso la destinazione, come le lettere che colleziona senza recapitare.
Le “visioni” di Cantona cominciano dopo una sessione di auto-aiuto organizzata da Meatballs, il capo dei postini. Richiesto di immaginare qualcuno che lo stima e che lo ama incondizionatamente, Eric pensa a Cantona. Sarà lui il suo modello, la sua guida. Certo le “visioni”, che hanno molto dello psicotico, vengono favorite dalla marijuana fumata da Eric, o dall’alcol. In genere le proiezioni psicotiche sono fonte di malessere e alienazione (Beautiful Mind), ma non solo, sono anche fonte di aiuto. Basti pensare agli amici immaginari dei bambini. Così è Cantona per Eric, una sorta di spirito guida, di angelo. Sarà lui ad aiutarlo a superare i suoi “non posso”, fino a quando non ne avrà più bisogno.
Cantona assume anche connotati divini. Così cantano i tifosi andando allo stadio, così lo immagina Eric, pensando a qualcuno che lo ami “senza condizioni”. Non è semplicemente umano, è Cantona, un genio imperfetto.
Per molti aspetti è un film sulla paternità: quella violenta del padre di Eric, quella fragile ma ritrovata del protagonista, quella “spirituale” di Cantona.
Viene molto ben sottolineata la solidarietà tra lavoratori, tra postini, tra amici. In questo Ken Loach si conferma regista rosso, attento al sociale. Nel film l’amicizia assumo un ruolo centrale, salvifico. Eric potrà essere rimasto senza niente, ma ha dei buoni amici, che perfino Cantona gli invidia. Nella scena risolutiva tutti i suoi amici prenderanno letteralmente il volto del suo angelo, di Cantona.
Lo spirito anticapitalista di Loach emerge anche dalla distruzione dei simboli del capitalismo: televisione, macchina sportiva. Nel film l’individualismo e il protagonismo sono solo causa di guai. Anche per Cantona il momento più bello non è un gol, ma un passaggio. Il privato non si risolve se non diventa pubblico, sembra dire il film.
Giudizi
Capolavoro di leggerezza e profondità o banale film di buoni sentimenti?