Aldo Soligno

Let them show their faces
Spazio Aperto San Fedele Mercoledì 7 ottobre 2015, ore 18,15

Aldo Soligno va in Uganda nella primavera del 2014, subito dopo che il governo di Yoweri Museveni, ha approvato una legge che prevede l’ergastolo per il “reato di omosessualità” e fino a sette anni di detenzione per chi è accusato di favoreggiamento (compresi gli avvocati che difendono gli omosessuali). Già era iniziata la caccia ai “diversi”, con licenza di perseguitarli, insultarli, e magari linciarli.
Ma Aldo Soligno, non insegue tali momenti drammatici, non gli interessa scattare immagini choc, ma raccontare la vita di queste persone che la legge ha separato dal loro mondo, obbligandole all'isolamento, a chiudersi dentro le loro case, a celarsi alla vista dietro pesanti tende. Egli si mette emotivamente e visivamente dalla loro parte, e ci mostra tutta la solitudine e lo sconforto di vite trascorse nella paura, nell'ansia di essere denunciati, incarcerati per un semplice sospetto, o magari fatti sparire nel nulla. L’autore scopre che i principali tabloid del paese hanno sbattuto in prima pagina centinaia di ritratti di veri o presunti omosessuali sotto al titolo “Impiccateli”: il ritratto diviene uno strumento di persecuzione. Soligno decide allora di creare una serie di “contro-ritratti” chiedendo agli attivisti ugandesi, mobilitati contro la legge anti-gay, di posare in un set buio con una lampada alle spalle, in modo che il loro volto rimanga in ombra, per evitare il rischio della riconoscibilità e della denuncia. Tali silhouette ci mostrano volti che si offrono e si nascondono al nostro sguardo, che ci interpellano e al contempo spariscono, protetti dall’oscurità e circondati da un’aureola di luce. La forza di simili immagini consiste nel sovvertire la logica sottesa al ritratto, usandone al contempo le potenzialità: tali ritratti sono infatti la messa in presenza di una persona che sta di fronte a noi, ma anche la rappresentazione di una dolorosa impossibilità ad apparire con un volto visibile e riconoscibile. Colei o colui che viene ritratto è infatti costretto a nascondersi, e tuttavia ci chiede di poter tornare alla luce.
Le sue immagini sono un forte atto d’accusa contro la politica discriminatoria del regime ugandese, ma al contempo divengono simbolo di tutte quelle situazioni politiche e sociali che impediscono alle persone di mostrarsi come esse sono. Ci parlano infatti di tutte quelle condizioni di costrizione che ci spingono a nascondere “diversità”, paure e sofferenze dietro maschere socialmente “vincenti”.
Gigliola Foschi

con il patrocinio di Città Metropolitana di Milano e di Associazione Centro Astalli - Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati

in collaborazione con Soleterre – strategie di Pace ONLUS

Echo Photojournalism


Si ringraziano Marco Ferri e Giancarlo Fabbi