Edizione 2009/2010

IL SEGRETO DELLO SGUARDO


L’etica dello sguardo
In un tempo di forte crisi economica, di perdita dei valori fondamentali, in un periodo storico in cui si fa molta fatica a comprendere il senso di una politica in cui le evidenze etiche sembrano crollate e la ricerca del bene comune e la salvaguardia della democrazia appaiono sempre più aspetti marginali, ci potremmo chiedere: perché invitare i giovani a riflettere sul tema dello “sguardo”, apparentemente così astratto? In realtà, questo tema è particolarmente “concreto”. La nostra storia dipende, infatti, dal modo con cui noi sappiamo guardare la realtà. Il mondo stesso che ci circonda cambia a partire dal nostro sguardo. Lo “sguardo” implica infatti una responsabilità precisa. “Guardare” non può limitarsi a un semplice e distratto “osservare”, ma implica un “entrare” in profondità nel mondo al quale apparteniamo. Vuole dire essere pronti a cambiare modelli di riferimento, punti di osservazione tradizionali. Nel momento stesso in cui “entro” nella vita del mondo, non posso fare a meno di condividere la mia vita con gli altri, con le cose che mi circondano. Mi sento interpellato a un prendermi cura, a entrare in una relazione che necessariamente mi cambia. Al fondamento dello sguardo c’è un’etica, senza la quale il guardare si farebbe vuoto e insignificante. Impersonale.
Uno sguardo senza “sguardo”. Come troppo spesso accade oggi.
Andrea Dall’Asta S.I.


Immagine e sguardo
Tra le più note definizioni con le quali si è soliti caratterizzare la nostra epoca vi è quella di “società dell’immagine”. Con una simile definizione si vuole sottolineare la centralità che assume la visibilità all’interno della nostra esperienza così fortemente influenzata dai mezzi di comunicazione di massa e soprattutto, per l’appunto, dai mezzi audiovisivi, televisione in testa. Tuttavia la riflessione sull’immagine, e più in generale su visibile, tende oggi a specializzarsi, ma così anche a ridursi, esclusivamente secondo categorie proprie della sociologia e della psicologia della percezione. All’interno di simili ambiti d’indagine l’immagine viene con insistenza analizzata, ma sempre e solo come un “oggetto” astratto del tutto separato dal soggetto di cui è invece è un’espressione. In effetti, che cos’è un’immagine? Bisogna rispondere: è il prodotto di uno sguardo, che a sua volta è uno dei gesti attraverso il quale il soggetto si mette in rapporto con la realtà che lo circonda. Per comprendere adeguatamente un’immagine è necessario dunque riconoscere lo sguardo che la produce, ma per comprendere adeguatamente questo sguardo è necessario risalire al tipo di atteggiamento che il soggetto instaura con la realtà in cui vive; in termini più rigorosi si deve affermare che per comprendere adeguatamente un’immagine è necessario interrogarsi sull’esperienza all’interno della quale il soggetto vive i rapporti con se stesso, con gli altri e con la realtà tutta. Questo intreccio di questioni si cela sorprendentemente all’interno della stessa etimologia della parola “sguardo”; come ricorda J. Starobinski: “«guardare» non designa originariamente l’atto di vedere, ma piuttosto l’attesa, la preoccupazione, la guardia, il riguardo, la salvaguardia (…) per sguardo si deve intendere meno la facoltà di raccogliere delle immagini che quella di stabilire una relazione”. Da questo punto di vista gli interrogativi “che cosa pensi?” e “come giudichi?” devono sempre essere preceduti dall’interrogativo, molto più essenziale, “come guardi?”; in effetti all’interno di ogni giudizio del soggetto si nasconde quel “pre-giudizio” rappresentato dallo sguardo, cioè dal tipo di relazione (amore, ammirazione, stupore, invidia, dolore, ripulsa, odio, ecc.) che questo stesso soggetto stabilisce con ciò che giudica. Non è forse proprio un simile sentire , una tale esperienza ciò che l’arte con insistenza intende salvaguardare contro ogni an-estetica semplificazione della tecnica e della scienza? 
Silvano Petrosino