Durata:80 minuti
Biglietto:8 € / 5 € euro

KOYAANISQATSI

Cin'Acusmonium
Auditorium San Fedele 28 ottobre 2019 
testo/musica

Lunedì 28 ottobre 2019
Auditorium San Fedele, via Hoepli 3b 

-ore 18.30

Lezione di C. Boccadoro: Philip Glass e Koyaanisqatsi: sinergia audiovisiva (entrata libera)

- ore 20.30

proiezione acusmatica di Koyaanisqatsi: Life Out of Balance (G. Reggio)

(Prevendita CLICCA QUI
Informazioni, tel. 02 86352231)

Regia acusmatica, Dante Tanzi

SINTESI
Titolo originale     Koyaanisqatsi: Life Out of Balance
Paese di produzione       USA
Anno 1982
Durata         83 min
Genere        documentario
Regia Godfrey Reggio
Fotografia   Ron Fricke
Montaggio  Alton Walpole, Ron Fricke
Musiche      Philip Glass

Koyaanisqatsi è un’opera che si fonda in maniera esclusiva su un costante contrappunto fra due elementi linguistici utilizzati in stretta correlazione: immagini e suoni musicali, immagini della natura e urbane si alternano, a velocità accelerata o rallentata Attraverso essi si realizza, lungo un arco temporale di circa 81’, una solida struttura narrativa dai contenuti fortemente critici nei confronti del modello di sviluppo delle società occidentali.
Irraccontabile, un film senza parole nel quale ogni immagine acquista valore in sé e dove un ruolo fondamentale è svolto dalla colonna sonora, curata dal musicista minimalista Philip Glass. Il titolo è una parola mutuata dalla lingua indiana Hopi e vuol dire «la vita senza equilibrio».

APPRFONDIMENTI
KOYAANISQATSI, il debutto di Reggio come regista e produttore, è il primo film della trilogia QATSI. Il titolo è una parola indiana Hopi che significa "vita senza equilibrio". Creato tra il 1975 e il 1982, il film è una visione apocalittica del conflitto di due mondi diversi: vita urbana e tecnologia rispetto all'ambiente. La colonna sonora è stata composta da Philip Glass.

L’autore ha evidenziato che il documentario è il frutto di un lavoro di équipe lodando Philip Glass e Ron Fricke, per la fotografia. “Sono come un cieco o un analfabeta o un sordo che lavora con persone con un talento straordinario. Io suggerisco gli esterni, dico come vorrei le riprese, come vorrei lo sfondo, quale approccio adottare: quelle sono idee mie. Ma, persone come Fricke e Glass mi danno risposte artistiche”.
Inoltre, nei titoli di coda, il regista indica chiaramente la sua fonte di ispirazione in cinque personalità. David Monongye capo tribù Hopi che ha rivelato negli anni ‘70 la saggezza e gli insegnamenti tradizionali del suo popolo. Il teologo e filosofo protestante Jacques Ellul, il prete e filosofo Ivan Illich, il sociologo Guy Debord, membro del movimento situazionista e autore del celebre saggio: La società dello spettacolo,  l’economista e politologo americano Leopold Kohr, autore dell’opera Il crollo delle nazioni.

ko.yaa.nis.qatsi (dall'originale in lingua Hopi).
Significati
1. vita folle. 2. vita tumultuosa. 3. vita in disintegrazione. 4. vita squilibrata. 5. condizione di esistenza che chiama a un altro stile di vita.

Traduzione delle Profezie Hopi cantate nel film
"Se scaviamo la terra in cerca di oggetti preziosi, provochiamo il disastro."
"Verso il Giorno della Purificazione, vi saranno ragnatele tessute da un punto all’altro nel cielo."
"E possibile che un giorno un recipiente di cenere sia scagliato dal cielo, far ardere la terra e ribollire gli oceani.


Godfrey Reggio sul film:
Di solito percepiamo il nostro mondo e il nostro modo di vivere belli perché non c'è nient'altro da percepire. Tutto ciò che si può vedere, in questo mondo globalizzato dell'alta tecnologia, è uno strato di merce accatastato sopra un altro. In questo mondo l’originale è la proliferazione dello standardizzato. Le copie sono copie di copie. Sembra che non ci sia capacità di vedere oltre, di vedere che ci siamo rinchiusi in un ambiente artificiale che ha completamente sostituito l'originale, la natura stessa. Non viviamo più con la natura; viviamo sopra di essa, fuori di essa per così dire. La natura è diventata la risorsa per mantenere viva questa natura artificiale o nuova.
KOYAANISQATSI non riguarda qualcosa, non ha un significato o un valore specifico. KOYAANISQATSI è un oggetto animato, un oggetto in movimento, il cui significato spetta allo spettatore. L’arte non ha significato intrinseco. Questo è il suo potere, il suo mistero, e quindi la sua attrazione. L'arte è libera. Stimola lo spettatore ad integrare il suo significato, il suo valore. Quindi, potrei avere questa o quella intenzione nel creare questo film, tuttavia mi rendo pienamente conto che qualsiasi significato o valore che KOYAANISQATSI potrebbe avere proviene esclusivamente da chi guarda. Il ruolo del film è provocare, sollevare domande a cui solo il pubblico può rispondere. Questo è il valore più alto di qualsiasi opera d'arte, non un significato predeterminato, ma il significato raccolto dall’esperienza dell'incontro. L'incontro è il mio interesse, non il significato. Se il significato è il punto centrale, la propaganda e la pubblicità ne attualizzano la forma. Quindi, nel senso dell'arte, il significato di KOYAANISQATSI è qualunque cosa tu voglia farne.
Questo è il suo potere
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PRESENTAZIONE DEL CONCERTO SFM
Buonasera a tutti e benvenuti al primo cin’ascumonium di questa stagione, con il film Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, del 1982, il suo primo film e anche il primo della sua trilogia, di cui vedremo il 25 novembre l’ultimo episodio, Naqoyqatsi del 2002, raramente proposto. Abbiamo ascoltato la lezione di Carlo Boccadoro che ci ha permesso di approfondire il rapporto musica immagini del film, con le musiche di Philip Glass.
Godfrey Reggio, riferendosi al suo film ha insistito sull’aspetto esperienziale del documentario che deve suscitare domande piuttosto che dare risposte.
“Koyaanisqatsi”, dice l’autore, “è un lavoro che deve provocare il pubblico, deve fargli vivere un’esperienza. Sta allo spettatore decidere quale sia il significato: dare un significato è una reazione puramente soggettiva. È come quando si intraprende un viaggio: il vero obiettivo è il viaggio, non la meta che vogliamo raggiungere“.
Si può vedere  il film sotto varie angolature. Quasi all’unanimità, Koyaanisqatsi viene considerato una critica radicale all’azione dell’uomo sulla natura, una specie di manifesto ecologista. Ma questa interpretazione è piuttosto riduttiva e anacronistica. Infatti, le intenzioni dell’autore sono ben più ampie e i riferimenti ideologici dell'autore conducono a una serie di intellettuali per lo più di  Godfrey Reggio cercava di mettere in luce degli aspetti paradossali e a volte contraddittori della vita umana, per fare emergere le dimensioni dell’alienazione, della mercificazione capillare e del deterioramento dell’ambiente nella società industrializzata e tecnologicamente avanzata. Nel film c’è posto all’ironia e anche allo stupore.
Nell’ultima parte del documentario, c’è una sezione che sorprende, completamente inattesa. L’autore, rallenta di colpo il ritmo frenetico delle immagini e fa come un grande intermezzo però alla fine, un po’ strana questa intrusione, sicuramente l’autore vuole dire qualcosa di importante. Si susseguono una serie di ritratti umani, troviamo qui chiave di lettura dell’opera, perché Godfrey Reggio mette in primo piano il volto e alcuni gesti di queste persone, il filo del racconto e la forza delle immagini e delle associazioni precedenti volte a sottolineare l’alienazione dell’uomo nell’accelerazione dei ritmi della vita, tutto questo perde spessore. Non si vede più la gente anonima delle strade, delle città, nei loro comportamenti meccanici e ossessivi, nella ripetizione di gesti quotidiani, troviamo invece singole persone, una a una. Questi ritratti, di gente comune, di barboni, questi volti non lasciano indifferenti, ci interpellano, il viso umano è rivelatore di un mistero che abita l’essere umano. Questa parte del documentario è in contrasto con tutto quello che precede e probabilmente l’autore ci vuole dire: attenzione a fare delle analisi affrettate, la mia visione del mondo e dell’uomo non è così scontata.
Il filosofo Emmanuel Levinas si è soffermato sull’incontro dell’altro che avviene attraverso la manifestazione del volto, che lui chiama epifania, è interessante leggere qualche frase di una sua intervista del 1986:

Il tema principale, la mia definizione fondamentale, è che l'altro uomo, che innanzitutto, fa parte di un insieme, che sostanzialmente mi è dato come gli altri oggetti, come ad esempio l'insieme del mondo, come lo spettacolo del mondo, l'altro uomo emerge in qualche modo da tale insieme precisamente con la sua comparsa come volto, che non è semplicemente una forma plastica, ma è immediatamente un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al servizio di questo volto, non solamente questo volto, servire l'altra persona che in questo volto mi appare contemporaneamente nella sua nudità, senza mezzi, senza protezioni, nella sua semplicità, e al tempo stesso come il luogo dove mi si comanda. Questa maniera di comandare, è ciò che chiamo la parola di Dio nel volto.
Il volto è una presenza viva, è espressione.
Il volto è senso da solo: tu sei tu (nessun altro può sostituirti). Perciò il volto non è “visto”: è ciò che non può diventare un contenuto afferrabile dal pensiero. Il volto significa l’Infinito. L’Infinito si presenta come volto nella resistenza etica che paralizza il mio potere. L’accesso al volto è immediatamente etico. il volto del prossimo mi significa una responsabilità irrecusabile, precedente ogni libero assenso. Il volto del prossimo mi ossessiona: “Egli mi guarda”, tutto in lui mi riguarda, niente mi è indifferente.
Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’«epifania» del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro.
E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto.


Nei titoli di coda, c’è un dettaglio importante di cui a mia conoscenza nessuno ha parlato, il regista nomina cinque personalità, li trovate nel programma di sala, sono teologi, filosofi e sociologi che hanno ispirato il suo film: il teologo e filosofo protestante Jacques Ellul, il filosofo Ivan Illich, il sociologo Guy Debord, membro del movimento situazionista e autore del celebre saggio: la società dello spettacolo,  l’economista e politologo americano Leopold Kohr, autore dell’opera “il crollo delle nazioni” e infine David Monongye capo tribù Hopi che ha rivelato negli anni ‘70 la saggezza e gli insegnamenti tradizionali del suo popolo.

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