LUN 9 dicembre CIN'ACUSMONIUM

Don’t Come Knocking di W. Wenders
Auditorium San Fedele, Via Hoepli 3a  ore 20.30
testo/musica
lingua originale con sottotitoli; Italiano
Proiezione acusmatica del film
Don’t Come Knocking (2005) di Wim Wenders

interpretazione acusmatica di Giovanni Cospito e Dante Tanzi.

Per l'acquisto dei biglietti: 
- direttamente in Auditorium San Fedele, lun-ven 10.00-12.30 e 14.00-18.00 
- online al sito www.crea.webtic.it/Default.aspx?sc=5213 (ATTENZIONE i posti non sono numerati)

In collaborazione con il Goethe-Institut Mailand

   APPUNTI
   Una farsa, una storia di famiglia, una strada  di Wim Wenders
    Howard Spence ha visto giorni migliori. Quando era più giovane, era una star del cinema, soprattutto in film Western. All'età di sessant’anni, Howard usa droghe, alcool e giovani ragazze per evitare la dolorosa verità che per lui la vita non sta riservando altro se non recitare in ruoli da comprimario. Dopo un'altra notte di bagordi nella sua roulotte, Howard si risveglia nel disgusto, pensando che potrebbe ormai morire nell’indifferenza generale. Quella mattina Howard si assenta dal set del film. Lo vediamo però al galoppo del suo cavallo e con indosso il suo ‘completo’ da cowboy. Ma questa volta non c'è nessuna telecamera a riprenderlo.
   Howard è in fuga, dal film e dalla sua vita. In una vecchia stazione ferroviaria, Howard smette il suo costume di scena per indossare quello, logoro, di un vecchio bracciante di un ranch. Viaggia per un po', poi noleggia una macchina […]. Finalmente arriva a Elko (Nevada), il luogo che lasciò tanti anni prima e nel quale vive ancora la madre ottantenne. Quest’ultima lo accoglie nonostante il figlio non si sia fatto vivo per trent’anni e lo tratta come se fosse ancora un ragazzo. Forse la mamma si accorge che Howard è sull'orlo di un esaurimento nervoso. Grazie all’asciutto umorismo della donna Howard si riprende dal suo stato di autocommiserazione.
   Nel frattempo, le riprese del film che Howard ha abbandonato sono interrotte. La compagnia di assicurazione è furiosa per il danno economico arrecatole. Assumono, quindi, un detective privato, Sutter, per ritrovare Howard. Sutter è una sorta di cacciatore di taglie e, come Howard, è un disadattato. Essendo alcolizzato, Howard, ormai da giorni in casa della madre, non riesce  non riesce più a sopportare la sobrietà. Una notte egli vaga in città e finisce in una bettola nella quale scambia qualche ‘giro’ con un compagno di scuola non meno annichilito di lui. Alla fine, completamente ubriachi, si prendono senza ragioni a cazzotti, per poi essere raccolti e sbattuti in cella dalla polizia. Howard si risveglia dietro alle sbarre.
   Questo incidente porta Howard pericolosamente vicino a Sutter che è sulle sue tracce, ma la madre lo trae fuori dalla galera. In seguito, madre e figlio hanno finalmente una vera conversazione sul loro passato. La madre ricorda che più di vent'anni prima una giovane donna venne a chiedere notizie di Howard, comprendendo che quest’ultimo l’aveva messa in cinta. Howard è sconvolto al pensiero di avere un figlio cresciuto chissà dove. Questo bambino sembra rappresentare un raggio di speranza, una possibile salvezza dalla sua vita narcisistico e priva di significato. Quando Sutter appare in città, Howard è già sulle tracce di suo figlio.
   Nel 1900, Butte (Montana) era la più grande città a ovest del Mississippi. Ora è una città fantasma che Howard riconosce a malapena come il luogo in cui, venticinque anni prima aveva girato il film che gli diede celebrità. Doreen, allora una delle fiamme di Howard, lavora ancora presso la solita caffetteria dove Howard la conobbe. Lei vive a Butte con il figlio, cantante e musicista rock. Howard incontra Doreen. Lei reagisce con molta calma alla ricomparsa improvvisa del suo vecchio amante e padre di suo figlio.
   L’incontro con Earl, invece, è piuttosto violento. Earl rifiuta drasticamente questo padre sconosciuto, che si rifà vivo troppo tardi. Rattristato da questo incontro, Howard è pronto a rinunciare e a lasciare Butte ancora una volta quando, dal nulla, appare una giovane donna di nome Sky. Lei ha esattamente la stessa età di Earl. Infatti, è figlia di Howard, frutto di un'altra scappatella avvenuta durante le riprese del film. I due ragazzi non sanno di essere fratellastri. Per la prima volta nella sua vita, Howard cerca di fare qualcosa di disinteressato: prova a mettere insieme i cocci di questa disastrata famiglia, ma ha poco successo. Alla fine, egli si sente risollevato quando Sutter lo trascina a forza sul set del film dal quale era sparito. fuggito  film. Almeno c'ha scritto dialogo, una pianificazione e un ordine di tenere che egli è incapace di padroneggiare nella vita reale. Ma Anche se la sua missione come padre è stata un fallimento, è almeno riuscito a ricongiungere un fratello e una sorella ed egli stesso con sua madre… 


    RECENSIONE di Glauco Almonte
    Nel mettere in scena l’ennesima tappa del suo processo di americanizzazione, Wenders ci risparmia stavolta molti dei luoghi comuni nei quali era lecito attendersi che inciampasse: Non bussate alla mia porta segue il filo conduttore del viaggio di un uomo alla ricerca del buono che è finora mancato nella sua vita. Metafora ormai abusata perché di facile impatto visivo, prima ancora che umano, il tema del viaggio viene affrontato nel modo meno appariscente possibile: Howard è in fuga fin dalla prima inquadratura del film, senza un motivo che vada oltre ad un ormai affiorato disagio esistenziale; il trabocchetto degli incontri particolari scatta una sola volta ed il timore di un’ennesima Odissea si spegne insieme al viaggio, poco dopo. La molla che lo ha fatto scattare ha esaurito la sua spinta, Howard è arrivato alla conclusione della sua ricerca senza trovare risposte. Per sua fortuna, in luogo delle risposte, trova una domanda, e la domanda si chiama Earl. La scoperta di avere un figlio spinge Howard a rimettersi in moto, questa volta con uno scopo ben chiaro e la rassicurante sensazione di essere finalmente sulla strada per colmare il proprio vuoto.
La parte centrale del film si dispiega faticosamente tra l’inevitabile rifiuto del padre da parte di Earl e l’altrettanto consueta resa dei conti con la donna lasciata trent’anni prima. A movimentare la situazione, aiutandone la soluzione positiva, ci pensa Sky, sorellastra di Earl, cresciuta anche lei senza un padre, ma capace di ascoltarne le ragioni e di accettarlo come tale.
    Al viaggio di Howard s’intrecciano, meno felicemente, altri due viaggi: quello della figlia, sostanzialmente inutile vista la casualità del loro incontro, e quello di Sutter, incaricato dai produttori del film che Spencer ha piantato a metà di riportarlo sul set. The film must go on: la conclusione è accettata tanto da Shepard (sceneggiatore, prima che attore) quanto da Wenders, ma sorprende scoprire che le considerazioni più profonde sulla vita e sul cinema siano messe in bocca a questo messo delle majors, che attraversa il film con la rilevanza d’una goccia in un diluvio, ritrovandosi a deformarlo col proprio punto di vista.
    L’inaudita attribuzione proprio nel finale di profondità psicologica ad un personaggio marginale è sottolineata dall’inquadratura del paese visto col binocolo di Sutter: solo ad Howard era stato concesso di fondere il proprio sguardo con quello dello spettatore, provocando la più rapida delle immedesimazioni.
La gestione ambigua del finale, con l’esplosione del conflitto padre-figlio e l’intervento di Sky-angelo risolutore, ha almeno l’utilità di chiudere il film con le stesse atmosfere smorzate che ne caratterizzano la prima parte, lasciando Earl e Sky alle prese con un nuovo viaggio, del quale lo spettatore, dopo le controverse vicende cittadine, sente sinceramente il bisogno.
Parole Chiave
Acusmonium
Cinema